Quanto si investe sugli impianti sportivi in Italia?

Il problema degli impianti sportivi, qui in Italia, si fa sempre più preoccupante. All’onore delle cronache riecheggia solo quello legato agli stadi italiani di calcio, perché rappresentano il movimento sportivo più importante del nostro paese. Ma un’attenta analisi dimostra come siano numerose le strutture che avrebbero bisogno quantomeno di una ristrutturazione, anche (e soprattutto) in categorie amatoriali.

Possiamo usare la problematica legata agli stadi italiani come cartina tornasole per evidenziare le origini del problema. Ad oggi, se pensiamo limitatamente al massimo torneo calcistico italiano, la Serie A, dei 16 impianti sportivi utilizzati, almeno 12 o 13 necessitano quantomeno di lavori di ristrutturazione. La Juventus fa eccezione, perché ha da pochi anni inaugurato lo Juventus Stadium, che garantisce ai propri tifosi sicurezza e comfort, mentre l’Udinese sta realizzando tuttora i lavori per il rifacimento del vecchio Friuli, e si prevede che terminino entro il 2017.

Le altre società calcistiche da anni parlano invece di nuovi impianti, ma il più delle volte si scontrano con le autorità politiche locali. Molti degli impianti, infatti, appartengono ai comuni, e sono diverse le querelle da risolvere, non solo riguardo all’accollamento dei costi dei lavori (che molti patron calcistici dichiarano di voler sostenere da soli), ma anche e soprattutto riguardante l’urbanistica delle aree circostanti lo stadio.

La classe politica da tempo promette nuove norme ai presidenti di serie A per quel che riguarda lo snellimento burocratico per le ristrutturazioni degli impianti. I massimi dirigenti della Federcalcio italiana auspicano che siano approvate quanto prima, perché sarebbe nuovo ossigeno per il movimento calcistico italiano. La Juventus, ad esempio, è la dimostrazione che un nuovo impianto sportivo non garantisce solo prestigio, ma anche un ritorno economico importante, che sta rendendo la società torinese una di quelle che ha maggior liquidità di investimento nel nostro calcio.

Uno stadio all’avanguardia, infatti, non è una struttura che viene sfruttata solo durante la partita di calcio, ma può essere visitato tutti i giorni perché al suo interno ha ristoranti, musei, centri commerciali. E tutto questo porta ricavi maggiori alle società di calcio, senza contare tutta la forza lavoro che troverebbe impiego, in un periodo di crisi occupazionale come questo.

Quello che è il problema macroscopico degli stadi, ritrova la sua proiezione anche negli impianti sportivi di livello amatoriali. Qui il problema è soprattutto economico: mancando i grandi investitori, sono soprattutto le autorità locali a dover sostenere il peso economico per la gestione di questi impianti. Urgono anche in questo caso norme ad hoc, che magari costituiscano un fondo regionale da gestire per la ristrutturazione degli impianti attuali, e per la costruzione di strutture sportive nuove.

L’Italia sotto quest’aspetto mostra molta arretratezza al confronto degli altri Paesi europei, come afferma anche l’imprenditore nel mercato sportivo Cesare Pambianchi, ma dalla classe politica italiana, ad oggi, non vi sono cenni positivi che fanno ben sperare per il futuro. Di normative per gli impianti sportivi se ne parla da decenni, ma ad oggi siamo ancora tutti con un pugno di mosche. Ad oggi la classe politica si trincera dietro le priorità della nazione, che a loro dire sono altre. Pur potendosi trovare d’accordo con tale affermazione, è innegabile che ristrutturare gli impianti sportivi potrebbe essere la molla per far ripartire questo Paese.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *